nuovi orizzonti nello scorrere dei giorni
Us and Them
Ma secondo te quando stavano suonando questi pezzi loro si stavano rendendo conto che creavano della musica immortale? Il Def si gira e sorride. Poi guarda ancora avanti, verso la strada che la macchina sta divorando, fra la pioggia battente che riga il vetro di lacrime lunghe e contorte ed un cielo plumbeo e lontano che sembra marcare di inverno un autunno non ancora alla fine.
Io spesso ci penso, a quegli istanti incredibili quando nasce qualcosa di nuovo, quando fra le mani di una levatrice un altro episodio di questa incredibile vita comincia a vagire. Forse sarà un oscuro barbone, forse un illustre scienziato, forse un uomo buono o un nuovo dittatore.
E guardando le fronde degli alberi che si piegano al vento di una giornata in cui il caldo giaccone trattiene calore ed emozioni, penso che ho avuto doni incredibili dalla vita.
E la strada scorre veloce fra il verde bagnato dei campi.
Ed è una strana simbiosi quella che insieme ci fa ascoltare il silenzio delle nostre voci, coperto dal sommesso incedere di note incredibilmente piene di feeling. Le note dell'altra faccia della luna.
Me and you.
Un giorno una parte di me è volata a creare ciò che ho accanto, e gli ha trasmesso questa smania di cogliere in ogni suono un piccolo miracolo di questa immensa avventura.
Ascolto e penso.
E la pioggia scorre come i miei ricordi sul vetro della vita.
Vorrei che questa sensazione di pienezza non svanisse mai.
Perchè ogni giorno è un giorno nuovo.
Ogni pensiero è un pensiero nuovo.
Ed ogni sogno è un nuovo sogno.
Ed anche la musica più antica sembra prendere una nuova forma, e nuove sensazioni si affacciano dentro.
Forti.
Nell'altra faccia dell'anima.
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Orizzonti
Il senso della vita lo percepisci esattamente quando guardi davanti a te e riesci a vedere soltanto fino ad un certo punto, fino a dove l'orizzonte ti consente.
A volte seguendo l'inclinazione di un terreno in discesa il tuo sguardo può arrivare più in là ed riuscire a capire ciò che normalmente nessuno vede.
A volte però il tuo cammino è in salita e la strada che hai davanti ti impedisce di arrivare dove potresti. E nella tua mente hai solo voglia di arrivare in cima all'avvallamento, e godere della vista che l'orizzonte aperto ti offre, sentendo l'anima riavvicinarsi alla pienezza dei sensi. A volte la mente riesce ad essere dove lo sguardo non arriva e curvando insieme al mare supera la barriera del certo e sconfina nell'incerto. Ci riesce sull'onda di una musica, cullata dalle sensazioni uniche che soltanto una canzone sa dare. Puoi allora chiudere gli occhi e andare verso l'ignoto, senza paura di sbagliare, perché i pensieri non hanno forma nè morale. C'è un punto preciso all'orizzonte dove arrivare senza perdersi. Oltre, nessuno ti garantisce ciò che succederà.
Fuori oggi c'è un sole timido, appena tiepido, che segue la burrasca di ieri, in un autunno colpevole di precedere l'inverno, malinconica stagione che accompagna un senso di nostalgia verso i miei ricordi. E di me, che bambino immagino il mio futuro, rimane soltanto un sapore impalpabile, sbiadito, perduto in questa musica senza tempo che mi emoziona.
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Gli orsi della luna
Piove, la giornata grigia sembra fatta apposta per compiacere un venerdi 17, in cui c'è veramente poco per stare allegri.
Così mentre leggo la notizia della conferma che anche le piante avrebbero un "anima", un cervello rudimentale ma perfettamente funzionante ed in grado di prendere decisioni, quali reagire all'ambiente, cercare le sostanze nutritive in modo razionale, combattere ed aggredire le piante circostanti se minacciate, e che in base a questo criterio la Svizzera ha deciso di proteggere i sentimenti delle piante, punendo chi strappa un fiore senza un valido motivo, o chi adotta manipolazioni genetiche sui vegetali, mi arriva di contro una segnalazione che mi ha fatto raccapricciare. Ho già visto immagini delle aziende che producono carne bianca da pollame costretto in ambienti angusti, costantemente alla luce elettrica, senza mai poter vivere una vita degna di questo nome. Ma quello che ho visto su un video di youtube e che ho approfondito attraverso dei siti è qualcosa che mi fa veramente urlare di rabbia.
Succede che in alcuni paesi dell'oriente sia tuttora in voga, nonostante gli ostacoli frapposti da organizzazioni che dedicano ai diritti degli animali, la pratica di catturare orsi bruni i quali vengono rinchiusi per tutto il restante tempo della loro sfortunata vita, anche 20 anni, in gabbie di ferro grosse appena appena per contenerli. Ogni giorno, per due volte al giorno, a questi poveri animali attraverso cateteri costantemente piantati nella pancia, viene estratta la bile, usata in medicina cinese per svariati scopi. A parte che la bile è sintetizzabile con altri metodi, a parte il dolore costante di questa operazione che viene ripetuta ogni giorno, ma immaginate voi come può essere l'esistenza di queste creature, costrette a non potersi muovere, con le piaghe da decubito, le ossa atrofizzate, impossibilitate anche a potersi uccidere come vorrebbero, poiché a loro vengono tolti denti e unghie in modo da renderli inoffensivi. Gli si concede solo di poter impazzire e non avere più coscienza di quello che vivono.
Sul web trovate ogni altra informazione su questa incredibile barbarie.
Ad esempio qui e su youtube, digitando "gli orsi della luna" trovate video come quello che segue che, se avete il coraggio di guardare, vi spiegherà meglio di come ci riesco io con le parole.
Io sono semplicemente schifato.
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Fortuna
Dai che tutti l'abbiamo fatto il pensiero proibito.
Dai che è capitato a tutti andare furtivamente o addirittura in maniera spavalda a giocare quella colonnina, con o senza la super stella, o magari un sistemino da più colonne, con l'aria rassegnata di chi dice ma tanto è impossibile, non succede, e comunque non a me.
Ma se succede.
Già perchè che non succeda è sicuro, dicono che sia più probabile essere preso da un fulmine e di questo ne farei volentieri a meno, oppure fare un numero a caso al cellulare e ascoltare la voce di Charlize Teron che ci risponde. Bè, a parte che in questo caso mi accontenterei volentieri, ma viene la statistica poi a stroncare ogni velleità.
Ci sono più di 600 milioni di combinazioni diverse per fare il fatidico 6, e nell'ultima estrazione circa 80 milioni di colonne si sono cimentate nell'impresa. Ammesso quindi che fossero tutte diverse, cosa improbabile, sono solamente circa un settimo delle probabilità di prenderci. Diciamo quindi che giocare è più un atto di fede, una ricerca di un improbabile miracolo, una azione della serie "meglio esserci che non esserci", quasi un antidoto alla solitudine.
Ma ammettiamo per un secondo, e chi non l'ha mai fatto scagli la prima pietra, di essere l'ipotetico vincitore di 83 milioni di euro. Eccolo arrivare subito. Si, il panico da vincita. Cosa si fa in questi casi, se si è ancora in grado di connettere dopo i primi dieci minuti di incredulità. Ti rendi conto in quel momento che avere fra le mani un pezzettino di carta che vale una vita diversa è allucinante.
Cosa fare di questo oggetto che scotta?
Cosa fare di tutta quella montagna di denaro?
come scaricare gli enormi sensi di colpa che ti prenderebbero all'improvviso nei confronti degli altri?
Non ascolto e non credo a chi dice che se ne fregherebbe, che magari vinco e poi vedi.
Penso che sarebbe durissima rimettere sui binari giusti una vita che rischierebbe di tracollare sotto il peso di questa fortuna. Anche perché in fondo nessuno ti regala l'immortalità, che resterebbe comunque il vero post-dramma di questo miracolo.
I soldi sono molto, è inutile negarlo.
Senza si sta male, ma sommersi dal denaro si vive sempre una vita dorata ma a termine, se si soffre di un terribile mal di testa è sempre l'antidolorifico che te lo fa passare, non un milione di euro.
Non è affatto un pensare pessimistico il mio, chiunque sento vive la stessa sensazione, qualcuno addirittura si aspetterebbe, per contrappasso, di ricevere immediatamente una contropartita negativa pari o paragonabile.
Però, nonostante questo, anche stasera milioni di persone staranno lì, ad aspettare qualcosa che non arriva, che popola i sogni e svanisce sistematicamente alla lettura cadenzata di pochi, banali numeri.
Ed in fin dei conti chi non ha un euro da buttare?
Certo che se esce questa... :-)
Foto by Utopic
Pioggia rossa
E' autunno e giustamente piove.
Ma piove anche quando c'è il sole e l'aria è fresca e asciutta.
Piove di una pioggia rossa, impalpabile, invisibile, ma ardente al punto da lasciare piaghe sulle mie spalle.
Sulle spalle di tutti.
Piove di un qualcosa che è difficile da definire, un malessere che agita e non lascia più dormire sonni tranquilli.
Piove rabbia e malcontento.
Piove ansiosa preoccupazione per il futuro, per gli anziani che saremo e per gli adulti che saranno i nostri figli.
Piove sordida ed irreale competizione fra coloro che hanno il timone della nostra barca, piove menzogna continuata sulla realtà, sui nostri timori che ci dicono infondati, sui mutui da strozzini, sui crack finanziari, piove rosso sul bianco di un latte contaminato che avvelena bambini, sul nero del razzismo strisciante che è sempre esistito ma che oggi sembra essere legittimato da una cultura idiota, piove sul fiorire dei programmi vomitevoli che propagandano l'apparire più che l'essere e piove acido anche sulla giusta ribellione di una, due, mille, miliardi, ma che dico, milioni, di utenti web che lanciano messaggi incazzati sull'ultimo mezzo ancora decentemente libero che esiste al mondo, il web. Forse ancora per poco, purtroppo.
Piove anche sul mio cervello, che vorrebbe ribellarsi all'immobilismo, inchiodato com'è ad abitudini inutili, quando dentro qualcosa vorrebbe reagire. E gridare che qualcosa sta veramente facendo male davvero, dolore di carne che reagisce all'acido di questa pioggia devastante che ferisce, ma non uccide mai completamente, come in un incubo di prometea memoria.
Piove rosso.
Acido e dolore.
E non vedo alcun sereno all'orizzonte.
Foto by Utopic
Aliante
A fare il fotografo si rischia.
Più di una volta mi è capitato di mettermi contro qualche contadino che mi ha inseguito con il forcone, pensando che stessi riprendendo le sue proprietà magari per fare chissà che tipo di denuncia. Una volta riprendevo il tramonto, e da una casa posta poco lontano appena fuori l'inquadratura mi è arrivato un "dica, capo, serve quarcosa?", tipica espressione romana che equivale ad un "se nun te levi de mezzo subbito, scenno giù e te pisto come ll'uva". Inutile spiegare che facevo foto al panorama e non alla sua inutile ed insulsa casa.
Ma l'altro giorno ho visto la morte in faccia.
Ero come al solito a caccia di nuvole rossastre, romantici scorci infuocati e schizzi di spuma sugli scogli in controluce, ovviamente sulla solita spiaggia del solito litorale laziale, quando ho udito il rombo di un "simpatico" aliante a motore. Ho alzato il naso. Poco prima un ultraleggero aveva fatto acrobazie sulle nostre teste, avevo sperato in una foto di notevole impatto, perchè era passato davanti al sole, ma troppo rapidamente perchè potessi studiare una inquadratura decente. Ma stavolta ero intenzionato a beccare l'aliante proprio mentre si metteva in mostra in controluce. Lo vedo svolazzare, azionare il motore, poi andare al minimo, poi di nuovo al massimo. La sensazione del motore che apparentemente si spegne mi da fastidio, ho l'impressione che il tizio stia per fare il botto. Le evoluzioni proseguono a distanza, il tizio sale, poi cabra fino al pelo dell'acqua. Metto il tele, punto, scatto. Avevo lasciato l'automatico per cui, anche se inutilmente data la distanza, scatta il flash. Non so se gasato dall'idea che qualcuno stesse osservandolo, oppure infastidito, il tipo si avvicina sensibilmente, poi scende, stacca il motore ed il mezzo picchia in totale silenzio. All'ultimo, proprio sopra l'acqua risale di nuovo sempre a motore in standby. Lo vedo quasi fermarsi in aria, poi raggiunta una certa altezza e prima dello stallo, sento il motore riaccendersi. Io sono sulla spiaggia, davanti a me una scogliera artificiale messa per ricostruire la costa erosa dalle maree. Le ali verdi brillano alla luce del crepuscolo. Lo vedo girare e mettersi proprio di fronte a me, ad una certa altezza. Poi sento il motore girare al massimo, il frullio dell'elica mi appare istintivamente quasi stranamente minaccioso. D'un tratto l'aliante parte a razzo nella mia direzione. Per i primi due secondi ho pensato, eccolo, faccio la foto del secolo, per l'angolazione sarebbe passato davanti a sole, proprio vicino a dove ero io. Ma immediatamente vedo che la traiettoria è assolutamente diretta verso me. La freddezza non mi manca, ma devo dire che stavolta "non mi ha retto la pompa", come si dice a Roma. Vedo il mezzo precipitare sempre più vicino e l'istinto di sopravvivenza mi fa fare un balzo di lato di un metro e mezzo. L'ala mi passa a non più di due metri, ad un altezza così radente che mi ha fatto pensare che l'avrei raccolto con il cucchiaino.
All'ultimo sento il motore tirare al massimo mentre la traiettoria infame, assolutamente prevista, fa rialzare il bastardo di quel tanto che gli consente di riprendere a salire e di dileguarsi curvando in sincronia con la costa. Lo immagino sghignazzare come un matto, il barone rosso, anzi verde, mentre riprendo un assetto orgogliosamente decente e lo immortalo di spalle mentre fugge, il fetente.

Tanto non finisce qui.
La prossima volta un bazooka al posto del flash!!
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Nino
"Pronto, pronto, sei tu Utopic? sono Nino, ti ricordi, beddamatri, che piacere sentirti..."
Mi ha preso di sorpresa, anche se me lo aspettavo.
"ti volevo ringraziare, mi hai fatto un regalone, una di quelle cose che non si scorda per la vita"
"bè io quando prometto, mantengo" ribatto io, con un sorriso che mi si allarga sul viso...
"vedrai come sarà contenta mia nipote, quando le vedrà"
L'antefatto è situato in un giorno di agosto, nell'isola del sole, in una cittadina che oramai conosco bene, i cui assolati e piacevoli giardini danno su una meravigliosa veduta del porto che fa perdere lo sguardo sull'azzurrissimo mare. Un anziano ma gioviale signore sta lì, con una chitarra in mano, ed una bambina accanto. Con loro un ragazzo curioso e divertito, che ascolta una canzone in dialetto.
Curioso mi avvicino.
Dopo due minuti sono coinvolto in una cascata di parole, di storie, di simpatia, di aneddoti, inframmezzati da piccoli accenni di canzone, che sembrano non poter cominciare mai, tanta è la voglia dell'uomo di raccontare la sua storia. La bimba, sua nipote, adora il nonno, ne segue le parole con lo sguardo attento e sottolinea i passaggi delle canzoni con la testa. Lui racconta della sua vita, delle canzoni che ha scritto, più di mille dice con orgoglio, del fratello famoso più di lui, della donna che gli ha ispirato i brani più belli, della moglie gelosa della sua vitalità. Ottanta primavere, ma lo spirito di un adolescente, un sorriso coinvolgente ed accattivante. E quando la ragazzina prende la chitarra e suona e canta con la perizia di un adulto, lui se la mangia con gli occhi.
Hanno una simbiosi questi due da far venire i brividi.
Ho la Nikka con me, sono talmente simpatici che chiedo se posso. Uno, due scatti, lui, lei, in gruppo, partono tante di quelle foto che perdo il conto. Lei è dolcissima, parlantina sciolta che il dialetto rende irresistibile, occhi carbone e capelli ricci, da grande ne vedrà parecchi ai suoi piedi. E magari il nonno sarà ancora lì, a farle la serenata il giorno in cui si sposerà. Un ora di racconti, di esperienze, di canzoni in dialetto, come se si fosse ad un recital.
E la promessa che appena a casa gli avrei mandato le foto.
Ci ho messo un pò.
Perchè la vita fa subito dimenticare degli attimi così teneri.
Ma alla fine l'ho fatto, ed in grande, c'ho perso un paio d'ore, con la mia pigra ma robusta stampante a sfornare ritratti pieni di dolcezza.
Formato grande, a sottolineare la bellezza dei soggetti, indirizzo elegante sulla busta chiusa e gommata, posta "proletaria", come dice qualcuno di mia conoscenza, e via, verso il sole.
"Ti voglio bene, ti abbraccio" mi dice al telefono quasi commosso.
E queste parole arrivano dentro, perchè dette da una persona che ho visto per un ora sola nella mia vita, ma che mi sembra aver conosciuto da sempre. Un uomo ancora non stanco di sognare e di far ridere, e che la musica ha reso praticamente indistruttibile.
"Ci vediamo quando tornate" mi aggiunge "tanto io sono sempre qui, nei giardini, con la chitarra, e con mia nipote"
Contaci.
Un sorriso così bello, ed un cuore così intenso, valgono più di mille chilometri.
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Note sparse
Ma se il mondo fosse davvero inghiottito da un buco nero, esattamente come la bistecca di ieri è stata aspirata dal rocker Def, così a bocce ferme, come sarebbe il bilancio della mia vita?
Ci pensavo ieri, al ritorno a casa. E' che io ho sempre l'impressione di fare del bene e di scartare il male, perchè in fondo è come nei ricordi, in cui rimangono solo le cose piacevoli e c'è il tentativo costante della mente di liberarsi dei lati cattivi della vita. In fondo però, mi chiedevo, quanto male faccio al giorno io? magari non è poi vero che non ne faccia. Anzi, se guardo bene certi aspetti dei miei comportamenti magari calpesto quotidianamente i sogni di qualcuno, l'anima di molti, e soprattutto la mia. Perchè a volersi male, in certe situazioni, non ci vuole poi molto. Basta non seguire quello che si ha dentro, basta non vedere dove veramente dovremmo andare e tutto rimane li, a montare sul nostro ego e a prenderlo a calcioni.
Per fortuna che c'è Yoshi.
Nel suo divertente pragmatismo mi ha detto un paio di giorni fa, però mica male la fine del mondo, arriva al momento giusto, la settimana prossima ricominciava scuola. E poi mi ha anche aggiunto, bè se è vera la cosa non dormo tutta la notte per guardare la tv, mi abbuffo di patatine e di schifezze varie e poi mi presti anche la carta di credito che ho visto delle "estenscionnnn" su e-bay. Tanto poi c'è il buco nero. Forse si riferiva al mio estratto conto.
Settembre è un pò triste quest'anno, forse l'estate se ne sta andando senza un perchè, non mi sono rilassato il giusto e poi non si trova la particella di Higgs, 'ché al ritorno dalle vacanze c'è sempre qualcosa che manca.
Bè, pazienza, non sarà poi la fine del mondo.
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Paese che vai...
L'ignoranza è qualcosa che si manifesta in molti modi, ma a bordo di un auto credo raggiunga davvero il massimo livello. Fermo restando che probabilmente sarà capitato anche a me di commettere qualche stupidaggine al volante, nessuno è scevro da peccati, debbo anche aggiungere di essere convinto che l'idiozia non abbia nè sesso nè tanto meno appartenga in qualche modo ad una zona geografica. O per lo meno di fondo il risultato è uguale anche se assume connotazioni sottilmente diverse. Stamattina ho incenerito un tale che dopo aver parcheggiato in doppia fila e avermi bloccato, con conseguente prima mia attesa rassegnata di 5 minuti, seguente colpo di clacson educato, furiosa strombazzata inevitabile ed infine irruzione nel bar per vociare a chi avesse lasciato in doppia fila auto prossima ad essere distrutta a martellate, se ne uscito con calma, sigaretta in mano, tutto il tempo del mondo, quando io friggevo per andare via. Sono abituato alla flemma e al caos organizzato che si crea dalle mie parti, appena fuori Roma, perchè la scuola della capitale mi ha forgiato a tutto. Devo dire però che tutto il mondo è paese. Il mio primo impatto a Napoli fu con una specie di siluro che mi passò a due centimetri dal piede non appena tentai di scendere dal marciapiede, nella mia prima visita partenopea, all'uscita dalla stazione. Per non parlare dello stupore che mi ha colto quando quest'estate in Sicilia, ho visto la macchina davanti a me strombazzare a quello davanti che si era fermato con tutta calma a parlare con un pedone come fosse nel salotto di casa. Al colpo di clacson il primo si era spostato per lasciare il posto allo strombazzatore che a sua volta si fermava incredibilmente a salutare un altro passante. Per la serie li la Furia è solo un cavallo.
La cosa non cambia al nord, nei pressi di Bologna ricordo l'incubo di aver imboccato la via Emilia mi sembra, alla ricerca di un posto e di essere stato praticamente annichilito da seguaci di Schumaker, forse tutto il team della Ferrari che si spostava a Maranello, un turbinio di macchine che mi chiedeva strada, anche se io non sono certo una mammola a guidare. Ma l'episodio più bello mi è capitato anni fa a Milano. Navigli di sera, e usanze locali. Ero reduce da una cena in un famoso locale ricavato da un barcone, un incontro con amici a sfondo musicale. La cena doveva essere un pò pesante, e/o qualcosa mi aveva turbato (fra l'altro alla mezzanotte era scattato il mio compleanno, ahinoi) perchè quando esco comincio ad accusare dei dolori di pancia terrificanti. Mi occorre alla svelta un bagno, per cui mi reco velocemente alla macchina, quasi piegato in due. L'albergo dove sono non è lontano, forse ce la faccio, forse non morirò per strada. Quando arrivo al posteggio vedo uno strano ammucchiamento di auto. La mia è praticamente sepolta da uno strato senza fine di macchine in doppia e tripla fila. Ne trovo un paio che si spostano quasi subito. Uno, l'ultimo, no. Non si trova. La macchina è bloccata e i dolori aumentano. Avete mai provato la disperazione pura? credo che questo ci si avvicini molto. Anche perchè il cervello sotto stress non riesce a ragionare per trovare la soluzione. Entro nei locali li vicino e chiedo. Nessuno sa niente, anzi mi guardano rassegnato, tipo che ce voi fà? Dopo 15 infernali minuti, decido che violenterò uno dei bagni di quei locali, anche se la cosa mi fa un pò schifo, ma tant'è. Pace per chi verrà dopo. Infatti, disperato, rientro in quello più vicino a dov'è la macchina e punto dritto verso il WC.
Dieci minuti dieci, memorabili.
Neanche i fuochi d'artificio di Pechino sono lontanamente paragonabili.
Quando esco faccio fatica ad aprire la porta perchè due avventori in terra, storditi, la bloccano. Sposto i due cadaveri e ripreso il controllo di me stesso, mi ricompongo, e mi avvio verso la cassa, mentre un terzo avventore in fila per il bagno, sullo sfondo della scena, stramazza al suolo bestemmiando, preda di convulsioni irrefrenabili.
Mi do un tono e al cassiere chiedo il numero dei vigili urbani, che ho bisogno di un carro attrezzi per spostare la macchina di un idiota.
Che macchina è, mi chiede un tizio con un bicchiere in mano che sta parlando con il cassiere. Gli dico il modello, mentre lo guardo con sospetto.
Ah uè ma l'è la mia, mi dice sorridendo, dai che te la sposto subito... Sai pensavo che eri anche tu dentro il locale, qui si usa metterla in doppia fila tanto usciamo tutti insieme.
Quella che si dice ...un usanza ..."locale"...
Lo hanno ritrovato asfissiato, chiuso nel bagno.
Mai morte fu più atroce 
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Sicilia
I due uomini sembravano giocare una surreale partita di ping pong, ma l'oggetto del contendere non era una bianca pallina di plastica ma un nero ed impazzito pipistrello, entrato d'improvviso dal balcone e disorientato fino al punto di non riuscire più a trovare l'uscita. Uno brandiva una piccola coperta rubata al simpatico cane bianco che guardava i due in modo interrogativo, l'altro un cuscino con cui tentava di indicare con le buone o con le cattive al volatile la via più breve per raggiungere l'aria fresca della sera, densa di odore di carne arrosto, di profumi tipici e di cous cous. Dalla tv accesa per caso due gruppi di calciatori contendevano una coppa e l'infuriare dei colpi di scena, degli errori e dei successi era un surreale sottofondo alle grida spaventare delle altre persone che facevano capolino dal balcone, sperando nella fuga dell'indesiderato ospite. Fuori la festa si viveva dietro ai tetti delle case basse e gli elefanti e le farfalle erano narrate dal cantautore in modo remoto e distante, quasi fossero voci di una radio lontana in una delle tante antiche finestre che sembravano dormire, cullate dalla luce gialla dei lampioni. E quando il pipistrello stremato imboccava la finestra e salutava sfinito gli astanti, proprio mentre un capitano gioiva della vittoria mentre l'altro guardava fisso il vuoto, le urla di terrore si trasformavano in sospiri e ci si poteva dunque concentrare sugli imminenti fuochi che avrebbero congedato il cantautore e illuminato la vallata, in un tripudio di luci e botti, a celebrare la fine della festa. Ma gli unici fuochi che avrebbero visto i trepidanti commensali erano quelli degli incendi che divoravano in lontananza ettari di gialle e secche sterpaglie, lasciando nell'aria fiocchi di nera fuliggine.
Era una notte fresca, tranquilla come tante, in un posto remoto di una terra selvaggia ed aspra ma così passionale da entrare sottopelle. Era una notte come tante in un mese dove una luna pudica aveva giocato con il sole a nascondino, dove una farfalla aveva portato il suo buongiorno, ogni giorno per molti giorni, dove un isola era improvvisamente emersa dal nulla sull'orizzonte limpido a voler ricordare che le distanze sono un concetto superato. Dove gli incendi scoppiavano dentro e fuori senza soluzione di continuità, 'ché le sterpaglie del cuore vanno eliminate, altrimenti il fuoco non perdona. Dove i piccoli amori diventano grandi in modo inversamente proporzionale alla possibilità di viverli. Dove il ciclo della vita e della morte ridiventa il traino di ogni esistenza, dove le storie vere ridanno un senso alla realtà, alla faccia di satelliti, tv, fiction, storie inventate di amori finti e morti innaturali e Olimpiadi non viste.
Era una notte ai marginidi tutto, però zeppa di realtà, che ricopriva con mani di vernice palpabile il virtuale, e di visi e voci che sarebbero rimaste impresse, come ogni singolo minuto in questa terra, nella mia mente.
Per essere poi rivissute, come in uno slow motion, fra le lettere di una tastiera, che ricompone il puzzle, nei colori di una bouganville rossa e di un cielo azzurro mare.
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Desidèri
Il blocco dello scrittore.
Che ovviamente non è quello dove appunto i pensieri, bensì quella forma di ritrosia a parlare di se stessi, a parlare degli altri e a parlare di se stessi agli altri.
Alle volte proprio a parlare.
Anche perchè lo scrittore, scrive.
Ma ha ragione Ade, gli alberi vanno innaffiati, pena l'appassimento.
Sono giorni strani, in cui mi sento incupito, che rifletto avviluppando i pensieri fra di loro, che rimugino sul senso di molte cose.
E' tipico di me seguire correnti ascensionali che mi portano a levitare verso lidi intriganti, verso desideri e sogni al di fuori della mia portata, verso attività mentali che mi assorbono completamente, salvo lasciarmi svuotato quando la realtà ritorna prepotente a farsi sentire.
Ho viaggiato abbastanza in questi giorni, ho sentito musica, scattato foto, assecondato l'impulso più profondo con rapidità, sterzando un giorno di botto, ad esempio, per andare a visitare un posto che mi era sempre sfuggito, ogni volta che percorrevo la strada che lo costeggia.
Ed il vivere realmente delle situazioni si è contrapposto in modo molto forte con l'alone di virtualità che mi ha accompagnato in questi ultimi tempi.
Di cui non riesco proprio ad immaginare una lontananza, ma che alla fine mi lascia una sorta di amaro in bocca, e non è un Averna.
Come stessi lentamente scoprendo la falsità di essere impalpabile personaggio e protagonista di tutto questo ambaradan che ho messo su negli anni.
Per scoprirmi intossicato alle volte alla ricerca di quella scintilla di positività in tutte le attività che seguo, senza a volte riceverne assolutamente nulla indietro.
C'è sempre una gratificazione cercata dietro ogni cosa che si fa.
Ed alle volte si innescano aspettative che si autoingigantiscono fino ad essere ingestibili.
E l'unica maniera per tornare a livelli di ragionamento normale è troncare di botto l'escalation, con una assenza, pena il fortissimo rischio dell'effetto droga. Dunque cerco disperatamente la normalità in questi giorni, pur sapendo che la fiammata è sempre dietro l'angolo, che basta nulla e la mente ricomincia a seguire il nuovo desiderio da esaudire, la nuova gratificazione da cercare, il nuovo spunto per riflettere e consumare neuroni.
Perchè mi conosco.
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Padri
C'è un tempo per ogni cosa.
Anche per trovare ciò che avevi creduto perduto.
Forse non sarà esattamente come te lo sei immaginato per anni.
Forse sarà troppo breve o troppo soffocante, forse troppo emozionante, sicuramente sarà però quel momento che aspetti da tanto, da troppo tempo.
Vorrei aggiungere qualcosa a tutto ciò che il tuo cervello sta preparando, accuratamente, in modo minuzioso, mescolando razionalità e sentimenti.
Ma non lo faccio, sperando che tutto ciò che hai messo in cantiere di dire si sciolga come neve al sole in un attimo, e diventi quell'abbraccio che aspetti da troppo tempo.
E allora non ci sarà bisogno di spiegare assolutamente nulla.
Perchè un padre rimane tale comunque.
E per sempre.
Ti abbraccio forte, amico mio.
Forse ci siamo.
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La Notte della Tarantola
L'estate romana prosegue, fra i duemila gradi che ci sono qui, da sopportare senza condizionamenti e soprattutto senza condizionatori, visto che a casa non li ho, in ufficio è come se non ci fossero ed il tasso d'umidità è tale che ho visto rane passeggiare sulla scrivania indifferenti al mio stato comatoso.
Però dopo gli Agricantus, dopo una splendida Alanis Morissette, goduta appieno all'auditorium Parco della Musica, con Lei e la ritrovata voglia complice di ignorare sguardi, malintesi, gnocche di tutti i tipi, siano esse con radicchio e gorgonzola, o solo a base di patata novella, e dopo un'altra bella serata dall'amico cantante in cui la Nikka sparava una foto più bella dell'altra a raffica, ecco arrivare una cosa che aspettavo da tempo.
Credo che niente riesca a prendermi alla pancia (oltre al latte al quale sono allergico, ma quella è un'altra storia) come la taranta, la pizzica, tutte quelle forme ancestrali di ballo scatenato che provengono dalla nostra cultura primitiva. Anzi, dirò di più, mi perdoni Lei se ci trova qualcosa di sconveniente, ma in fatto di erotismo una donna che balla al tempo della pizzica per me è ancora più sensuale di una che balla il tango, che pure è notevolmente coinvolgente.
Ma la serata preparata da giorni, biglietti prenotati, sabato, quindi libertà di movimenti, era destinata a trasformarsi in modo inaspettato.
Disguidi di tutti i tipi, porta Def qui, Yoshi di là, traffico, caldo, arrivo a destinazione al limite, posto laterale, ma laterale di brutto, Lei stranita dalla mia performance da superman in cui ero riuscito ad arrivare in tempo investendo 5 vigili, 4 vecchiette, 3 papere di passaggio, 2 politici (e quello poco male), e persino un Yeti, era ora tutto fuorchè vogliosa di ballare la Taranta, avrebbe ballato la rumba sulle mie costole se avesse potuto. Una volta dentro il tentativo di rianimare la sua coscienza annebbiata dall'immagine del vigile che si spalma sul semaforo, rimbalza e finisce in buca 8 senza nemmeno fischiarmi la multa, falliva miseramente, il concerto cominciava nel gelo più totale.
Anche se bello, coinvolgente, assolutamente trascinante, lo spettacolo non riusciva a rendermi felice, mentre Lei usciva sempre più silenziosa.
E qui finiva la notte della Taranta e cominciava quella della TARANTOLA.
Pochi metri con la macchina.
Tutti fermi.
Da lontano le luci di blu della polizia.
Penso ad un incidente, o magari qualcuno ha trovato il vigile nella buca 8 e lo sta rianimando.
Quando chiedo spiegazioni la fantasia supera la realtà.
"Ce sta aaa maratona" mi spiega un vigile, collega dell'imbucato, e sicuramente veneto di origine.
Come la maratona? che maratonaaa?
Rapido consulto con mio fratello, che è un esperto.
Risata divertita, ahahah e quando affitti ora, mi dice al telefono mentre la mia ira monta come uno stallone in calore.
Fermi un quarto d'ora mentre orde di zombie si materializzano nella notte, chi trascinando i piedi, chi camminando, chi in bicicletta, una specie di fiumana umana che fugge dalle radiazioni di un Hiroshima de 'noantri. Uno spettacolo surreale.
I clackson raggiungono livelli inaudibili.
Alla fine il vigile appena riemerso dalla buca 8 alza il nastro che stoppava le macchine. Viene investito da un TIR guidato da Gennarino 'o animale, e finito con rimbalzo in buca 15 da una Smart guidata dalla sosia di Paris Hilton, scema come una capra che dice alla sua amichetta, bionda platino anche lei, ho capito, ho capito, lo sai che io ce l'ho l'occhio vigile.
Bè io dicevo occhio al vigile ribatteva annoiata l'amica, limandosi le unghie.
Alla fine si passa, imbocco rapidamente la via di casa, anzi prendo una scorciatoia, che devo riguadagnare tempo e recuperare Yoshi.
Giro e zac.
La fila di nuovo.
Sempre loro, il popolo di zombie.
Uno trascina la gamba disintegrata dallo sforzo, uno levita diventando trasparente, mentre rende l'anima all'Altissimo per lo sforzo. La sua ascesa è disturbata dai fendenti, di consistenza palpabile e molto simili a bestemmioni che sto lanciando nell'aere , mentre in piedi sul cofano della macchina ululo alla luna il mio dolore all'idea di far parte del genere umano. Come si può maratonare di notte intorno ad un teatro con 3000 persone in uscita? me lo chiedo ancora mentre dopo mezz'ora ci lasciano andare. Oramai in palla totale sbaglio quattro volte strada, ad un certo punto transito nelle vicinanze dello Zoo. La strada in discesa, larga e assolutamente vuota è un tappeto sterminato di bottiglie d'acqua vuote. Oramai ho il terrore negli occhi, qualunque cosa somigli ad un pedone lo miro e lo stèrmino con un semplice sguardo, giacchè produco uranio impoverito al posto delle lacrime.
Arrivo a casa alle due e mezza, stremato.
Viva l'Estate..
Estate benedetta, estate sognata, estate romana.
Estate veneacasa.
Foto by Utopic

Agri accantus
Come scrivere senza peli sulla lingua sapendo di essere letto senza più misteri? magari usando l'arma che amo di più, l'ironia..
Metti una sera come tante, ma con l'estate che bussa alle porte e la voglia di scorrazzare per le innumerevoli manifestazioni romane che sono sopravvissute ai drastici tagli di bilancio del "tedesco romano de bbari".
Metti che un gruppo che io adoro decida di affiancare una manifestazione promossa da Amnesty International contro la tortura, la segregazione, la prigionia politica. Metti che la serata è fresca, ancora per poco, visto il caldo di oggi e che il tutto è anche gratis, come si fa a dire di no? Partiamo in tre, io, Lei e la Nikka, perchè la Nikka è oramai parte integrante del mio bagaglio a mano che sposto e porto ovunque. Partendo dal principio che la foto della tua vita c'è, da qualche parte, ed il giorno che la incontrerò non mi posso permettere di essere disarmato.
C'è anche un quarto occupante in macchina, ed è il mostro, quella specie di "pacco regalo" che io e Lei ci portiamo appresso da otto anni a questa parte. Lui è li, silente, pronto a balzare fuori non appena qualcosa nei nostri discorsi accende la miccia. Però stasera i propositi sono buoni, mi sento in forma, di cuore, di testa, c'ho voglia di essere li.
E vedo che anche Lei ha la stessa forma mentis.
Chissà che si riesca a stare tranquilli.
La piazza è un riquadro grosso come un campo di calcio, con alti palazzi intorno, e sullo sfondo un colonnato stile romano, molto d'effetto.
Gli artisti sono schierati su di una scalinata, davanti il gruppo di supporto, più dietro loro, i siciliani cittadini del mondo che cantano storie che spaziano dal deserto al Tibet.
Mi emoziono alla musica del primo gruppo, ascolto silenzioso e compunto le letture dei prigionieri politici, rifletto sul perchè accadono queste cose, e sull'impegno di persone che non hanno niente da guadagnare e tutto da perdere a difendere i diritti dei sopraffatti e dei deboli.
Sullo sfondo le colonne sembrano presiedere maestosamente questi pensieri che mi rendono libero e leggero, con lo spirito che si innalza verso ideali senza limiti.
Alla mia sinistra una gnocca galattica.
Prima non c'era giuro, è lei che si è messa accanto a me, lo percepiscono, senza che io la veda davvero, i miei sensi occulti composti dal padiglione auricolare sinistro, l'occhio nascosto che ho sulla spalla, le antenne virtuali a raggi infrarossi.
E' a due centimetri da me.
Alla mia destra Lei.
Fra le mani la Nikka.
Gli ideali è meglio lasciarli stare, mi concentro sulle foto, mentre sento nell'aria l'odore umido dei tifoni tipici della stagione dei monsoni nelle Filippine.
La posizione, fotograficamente parlando, non è ideale, la poca luce sulla scalinata dove gli Agricantus si stanno esibendo non mi consente foto particolarmente belle.
Alla mia sinistra ora è come se ci fosse il nulla, un pezzo d'orizzonte nel panorama visivo completamente nero.
E' scattato l'antivirus, potenti firewall si ergono ad impedire alla mia coscienza la minima torsione del collo verso sinistra.
Poi è venerdi, quindi niente gnocca, fosse stato giovedì l'avrei capito.
Frasi e commenti di circostanza fra me e Lei.
Mi sembrano un pò giù dice Lei, si, annuisco io girandomi a destra.
Nel riportare il collo in posizione centrale qualcosa nel meccanismo dell'abs-servofreno-servosterzo-serveaunca, si guasta.
Il collo sconfina di circa 3,5 gradi verso ovest, la retina con le cellule laterali più estreme cattura un chiarore che somiglia a pelle umana.
La gnocca probabilmente si sta agitando a tempo di musica, io non lo saprò mai, i 3,5 gradi non consentono che immaginazione e fantasia.
Sento l'umidità del tifone farsi più pregnante.
E come anche i grandi portieri fanno le papere, così i firewall hanno i loro bravi buchi. Devo essermi distratto infatti perchè ad un tratto rivolgo per un microsecondo lo sguardo alla mia sinistra e con la rapidità di uno scatto ad 1/1000 di secondo percepisco la gnocca, il suo agitarsi, un tipo alla sua sinistra che gli sta sbavando dietro, poi una specie di meccanismo di supporto riporta immediatamente il collo in perfetto allineamento con il palco.
Ma la frittata è fatta.
Quanto sei scemo.
Raccolgo questa frase pronunciata come provenisse dal ventre dei miei pensieri. Invece viene dalla mia destra. Cosa, rispondo io, scemo, e perchè?
Nessuna risposta.
Il mostro sta alitando come un cane assetato davanti a me, e aspetta solo il via per passare all'azione. Faccio finta di non aver capito e continuo ad inquadrare e scattare, bruciando più di una foto per errori da dilettante.
Bella questa, dico per commentare l'ennesimo pezzo trascinante, e nel dirlo mi giro sulla destra.
Lei è evaporata.
Per un attimo vacillo, ma dove sei dico, spaziando con il collo all'indietro per capire cosa sia successo.
Niente.
Sparita, volatilizzata, inghiottita dall'oblio.
Il mostro ghigna e ride, con reazioni salivanti pavloviane, come di chi sta per ricevere la pappa.
Esco dalla folla, giro intorno, tanti saluti alla gnocca che il radiologo a lei vicino avrà finito di scannerizzare.
Non capisco dove sia finita.
Capisco il motivo, o meglio ci provo a realizzare quale missile le sia partito.
Dopo un breve escursus per tutta la piazza mi rivolgo alla formidabile arma di questo secolo, il cellulare, croce e delizia di coppie e relativi amanti.
Squillo, ma a vuoto.
Rapita dagli alieni?
Centrano i servizi segreti?
Il nuovo sindaco?
Anche il mostro lo vedo intristito, abituato a singolar tenzone vocale, non ci si raccapezza più.
Dai e torna, sembra dire, era solo una sciacquetta, garantisco io.
Vado anche alla macchina, niente.
Silenzio, mezzora dopo, mentre la macchina sfreccia sulla Roma Fiumicino.
Cercavo un bagno mi ha detto.
E l'hai trovato?
No.
Gli amici non si abbandonano nel momento del bisogno.
I mariti si.
E poi gli Agricantus sono un grande gruppo, mica facevano così ...are!
Accetto la scusa, anche se la cosa non regge.
Ma va bene così, stasera la sera è dolce e forse, lo so, lo sarebbe anche Lei, se non ci fosse il mostro fra di noi. Che ora è lì, pensieroso, non sa più se ringhiare o andarsene a dormire.
Magari sta solo pensando alla gnocca.
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Tu e l'oro
Non tutto quello che luce è oro.
Del resto non tutto quello che sembra è.
C'è aria nuova, diversa in queste pagine. Non ho più bisogno di chiudermi a chiave in questa stanza.
Ho lasciato aperta la porta ed infine siete entrati a vedere.
Non senza traumi, perchè le parole a volte sono equivoche, perchè i pensieri sono proprietari e non sempre traducibili e perchè il confine tra realtà e fantasia spesso è così labile da lasciare interdetti.
Ora tutti sanno tutto, e non ho più bisogno di velare le parole con incomprensibili metafore, non importa più dire e non dire, lasciar intendere, coprire i visi e le emozioni.
Io sono io.
E non vorrei essere diverso da come le esperienze m'hanno reso negli anni.
Nei miei sbagli ci sono io, così come nelle gioie, di cui vado fiero.
Ci sono io, con tutto me stesso, anche in questo piccolo palcoscenico da cui parlo di me e di ciò che vivo. Ora ci sono anche coloro che condividono la vita con me insieme a tutti quelli che per sbaglio o per diletto amano ascoltare ciò che ho da dire.
Non tutto quello che luce è oro.
E nemmeno tutto quello che pesa è piombo.
A volte basta soltanto andare più in là delle apparenze.
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Il fuoco indimenticabile
Nel 1984 usciva un disco dalla copertina ruvida e le scritte dorate, un vecchio castello in bianco e nero sullo sfondo rosso scuro ed un atmosfera irreale. Io stavo malissimo quel periodo, ero esaurito dalle continue trasferte lavorative, da una storia sbagliata che mi aveva ammazzato, avevo addirittura un mese di riposo a casa, nel quale le ore, i minuti sembravano non passare mai. Leggevo una rivista quel periodo (allora internet non c'era ed il mezzo migliore per avere informazioni musicali erano appunto le riviste), si chiamava Rockstar. Lessi di un gruppo irlandese che aveva fatto uscire un disco giudicato in un modo così positivo che mi spinse a comprarlo senza conoscere chi fossero gli artisti, tanto meno senza aver sentito alcun brano. Capita dunque che qualche disco rimanga lì, come pietra miliare, a segnare il tempo della propria vita.
Il fuoco indimenticabile degli U2 mi prese dentro. Non riuscivo ad ascoltare altro, era come una droga. Le atmosfere rarefatte degli arrangiamenti mi rilassavano e mi portavano lontano a recuperare quell'energia che i problemi mi avevavo fatto disperdere. Lentamente mi ripresi, non senza cicatrici permanenti che ancora, a distanza di 24 anni ancora si percepiscono dentro, come un sordo ricordo di momenti mai dimenticati. Però il fuoco era riacceso, di lì a poco, tutto cambiò e la vita ridecollò verso il futuro. Non riesco a dimenticare quelle sensazioni così intense, e quando vedo il Def ripercorrere certi percorsi, soffermandosi sulle stesse piazzole dove ho lasciato il cuore, mi viene una profonda tenerezza. Forse per quello che non sono riuscito ad essere interamente io, e per quello che mi auguro possa invece vivere lui.
Che adesso ha una mappa in più per districarsi nei meandri delle emozioni.
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Trasformazioni
Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Esattamente dove ho lasciato io, comincia lui, il piccolo grande Def.
Con la stessa maglietta con cui ho tenuto l'ultimo dei miei pochi e sparuti concerti in pubblico con il mio gruppazzo, circa due anni fa, ed esattamenti nella stessa location, sabato il Def ha fatto la sua prima uscita alla guida della sua preziosa ed ahimè, costosissima, sei corde, insieme alla sua band nuova di zecca, dal nome bruttissimo (spero lo cambino), e dal sound acerbo si, ma nitido e molto preciso.
Su un palco microscopico, con un centinaio di infreddoliti spettatori, in una fine di primavera che stenta ad introdurre un estate decente, ce l'ha fatta, il battesimo on stage è dunque fatto.
Magari è solo una di quelle tante serate che un giorno ricorderà con tenerezza, magari il preludio di qualcosa di più, però è comunque un traguardo che premia mesi di studio serrato, di "aspetta che devi sentire questa", di sogni e promesse, di ore piccole strappate allo studio "canonico", quello molto più odiato, quello della scuola che con fatica sta comunque ottenendo il risultato promesso, la promozione.
E allora corri ragazzo mio, non c'è nulla che tu non possa raggiungere, nè ottenere, hai una bella capa tosta e tanta voglia di fare. Ad un unica condizione. Che sia solamente e sempre qualcosa che ti faccia sognare, godere, e soprattutto divertire. Senza il divertimento non ci sarà più la passione e chi starà la sotto ad ascoltarti se ne accorgerà sicuramente.
E ti assicuro, questa è una promessa, la musica ti manterrà sempre giovane dentro.
Anche quando fuori tutto cambierà irreversibilmente.
Parola di giovane dentro.
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One
Ogni anno, di questi tempi, si ripete questo piccolo miracolo.
Dal terreno del mio giardino, proprio accanto ad una siepe fittissima ed odorosa di rincospermum, spunta dal nulla questa vecchia rosa, piantata con molte speranze anni fa, e mai attecchita come desiderato. Anzi per molto tempo creduta morta.
Invece sotto la terra le sue radici hanno resistito a tutte le difficoltà, e come sempre, in questi giorni ancora una volta ho visto affacciarsi un piccolo stelo, che è cresciuto, lentamente ma in modo solido, ha raggiunto il mezzo metro ed infine un piccolo bocciolo si è formato, ingrandendosi, fino a divenire una superba rosa rossa vermiglio, dalle foglie vellutate e dal profumo intenso come un atto d'amore.
Me la sto godendo come si fa con le cose preziose, la osservo spiccare fra le stelle bianche del falso gelsomino, come fosse la regina in mezzo ai suoi fedeli sudditi.
E' un piccolo miracolo il fatto che non cresca più di così, che non replichi i suoi fiori dal profumo inebriante, ma che di fatto non riesca ad essere sconfitta dalle avversità.
Un esempio di solitudine forte e dignitosa, che mi trasmette gioia e voglia di vivere.
La dedico a chi vive questa solitudine con altrettanta dignità, a chi non ha un abbraccio in questo momento ma lo meriterebbe, a chi sa mostrare sempre i suoi colori ed il proprio profumo anche in mezzo a mille altri odori, ad altri mille colori, sicuro di non essere confuso nella massa.
Che sa essere sempre se stesso anche a costo di vivere soltanto pochi giorni da regina.
Che sia un piccolo segno di affetto, una piccola istantanea da riguardare quando le proprie radici soffrono, affondate con stanchezza in qualche terra inospitale.
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Gli alieni sono fra noi
Ci divide praticamente tutto.
Dal pensiero alla pratica, dalla politica allo sport.
Di fatto, oltre alla barriera culturale e ideologica, ci divide fisicamente un muretto di mattoni di tufo, sormontati da una rete verde di plastica con anima di metallo, ed una siepe di Pitosforo che viene regolarmente e millimetricamente rasata a bordo rete, con precisione teutonica. D'altro canto quando c'è la perfezione, la razionalità, ed anche un pò di coglioneria non può essere che così.
Doloroso dirlo ma i rapporti fra vicinato sono quasi sempre cruenti, vuoi perchè il confine naturale che ognuno di noi mette al suo territorio è come se avesse un aura che travalica qualsiasi reticolato ed invade il campo altrui. E poi l'erba del vicino è sempre la più buona, soprattutto se come nel caso mio si tratta spesso di piantine poco adatte a farci il pesto.
D'altro canto è impossibile ignorarsi, come fermare le voci che passano ogni divisorio, o come impedire allo sguardo di sbriciare al di là della vegetazione nel tentativo di ammalarsi di fegato nel vedere la nuova sdraia fiammante dell'odiato vicino che prende in sole in costume.
Dunque sabato mi alzo di buon ora, presto, maledettamente presto, con un mal di testa terribile e decido che l'unica maniera per evitare l'antidolorifico è di distrarsi, di darsi da fare all'aria aperta. C'è già un piacevole sole alle 7 di mattina e mi metto a spazzare il vialetto che costeggia il muretto e la siepe incriminata. Operazione che effettuo con la solerzia derivante dal proverbio che il mattino ha l'oro in bocca.
Non appena ho terminato sento dei rumori al di là della siepe.
Dopo "il mattino ha l'oro in bocca", mi sento di citare un altro proverbio.
La madre dei cretini è sempre incinta.
Jack Mani di forbice è passato all'azione, lo sento tagliuzzare qui e là, gentil farfallina, ed inevitabilmente lo vedo anche potare la cima della siepe, qui e là, con l'estro del cretino, ops, del creativo che sta realizzando la sua opera d'arte.
Dopo 10 minuti il viale è di nuovo da spazzare.
Per farmi incazzare ce ne vuole, io vedo sempre il lato positivo delle cose e mi dico, ok, prendo la palla al balzo e visto che ci sono, pareggio la mia parte di siepe (che spetterebbe comunque a lui, ma mi fa un pò schifo farlo entrare).
Non ci parliamo da anni, conseguenza di una sonora litigata nata per motivi banali, ma che come sempre degenera a causa dell'ignoranza, per questo evito ogni forma di reazione alle provocazioni, volute e non.
Dunque poto la mia parte, mentre sento lui che continua a sferruzzare, di qui e di là.
Alla fine raccolgo due sacchi di foglie. Prima di ripulire il viale però attendo di sentire l'armistizio al di là della trincea, perchè conosco i miei polli.
Dopo due ore circa, che intanto io avevo occupato con altre attività, torno a bomba.
Silenzio.
Lo sferruzzare è appena percepibile adesso, lontano, sembra si sia spostato sul lato dell'altro vicino.
Afferro la scopa e spazzo un paio di metri in prossimità del cancello.
Lo sento immediatamente tornare, gentil farfallina, e zac qui, zac là, ma ssi, ci diamo una ripassatina alla chioma, guarda caso proprio nel punto dove ero proprio passato io a pulire. Cadono un pò di foglie, ma lui non contento, dà proprio una bella sgrullata a tutta la siepe, cosicchè i due metri spazzati si riempiono di ogni sorta di schifezza.
Ho pensato, adesso mi riempio di stabbio di vacca, busso alla sua porta e quando apre mi lascio esplodere.
Poi ho pensato che anche le vacche hanno maggior dignità e che lo stabbio può essere usato in modo migliore.
E che la calma è la virtù dei forti.
E che ci sono mille maniere per rendere la pariglia.
Ho ripulito e me ne sono andato.
Quel giorno il Def ha potuto eseguire finalmente alla chitarra elettrica il suo pezzo preferito "one hundred devils with stomach trouble, eating tons of beans", tratto dal CD "Flatulences" degli "Air From Ass" con il volume diciamo così, leggermente più alto del solito ed il distorsore a palla. Alle tre di pomeriggio.
E so' soddisfazioni.
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Stickman
Semplicemente un grande.
Ancora una volta in prima fila, Nikka nelle mani, Def con me, per la prima volta al mio fianco a conoscerlo dal vivo, attizzato come non mai, dato che nonostante l'età non indifferente il suddetto ha trovato il modo di perpetuare la sua fama anche presso le giovani generazioni. Alle volte mi chiedo cosa ci sia nella testa di un musicista di tale levatura, note al posto della cellule, righe di spartito al posto delle sinapsi, due casse con subwoofer al posto degli emisferi cerebrali. Perchè mi narrano che con lui non c'è problema di intesa, tu suoni qualsiasi cosa e lui assorbe come una spugna e sostiene, infiocchetta, addolcisce o rafforza il suono, mai completamente protagonista, dato il suo strumento, ma impossibile da mettere in secondo piano. Lui il carisma ce l'ha come un alone che lo accompagna, pur suonando insieme a musicisti che sono i protagonisti della serata, alla fine ottiene il doppio delle attenzioni, degli applausi e dei consensi. E lui lo fa sorridendo, sempre schernendosi ma senza falsa modestia. Accanto a lui danzano le immagini delle centinaia, forse migliaia di musicisti che lui ha sorretto, addolcito, sostenuto sul palco, alcuni dei quali quasi "innominabili" senza avere un tuffo al cuore. Ed io, nonostante sia oramai un pò che lo conosco, continuo a non credere che sia proprio lui che mi chiama fra la folla alla fine, mentre intorno tutti fanno a gara a farsi le foto di rito. Def è emozionato mentre gli stringe la mano, "ho capito tutto quello che mi ha detto", mi dice ridendo, "ma non sapevo cosa replicare, ero come paralizzato", aggiunge ancora eccitato.
Ed io ripenso sorridendo a quante cose lui non immagina nemmeno di aver provocato nella mia vita con la sua musica. E con la sua presenza, che stranamente si sincronizza con alcuni aspetti altamente emotivi della mia vita. Gli stringo la mano, e sorrido fra me e me, pensando a tutte le altre volte che sono stato in questo locale, in un appuntamento quasi rituale, fra me, la sua musica, le mie emozioni fortissime, ed i miei pensieri, mai sazii di volare in alto.
E se è mai possibile fermare l'emozione della musica in una foto, questo è il mio modesto tentativo. Che gli dedico di cuore.
Foto by Utopic
Pensiero
Se la realtà non avesse il supporto del pensiero, non riusciremmo a sopravvivere.
Che grande invenzione il pensiero.
Con il pensiero puoi essere ovunque, in qualunque istante, con chiunque tu voglia.
Con il pensiero puoi uscire dal tuo corpo e volare, si, volare verso spiaggie assolate, per poi fermarti a guardare il mare ed annusare l'odore della salsedine che ti arriva dritta al cervello.
Puoi far scomparire questa orribile stanza piena di orribili computer ed avere intorno a te soltanto un mare d'erba, ed il sole e un cielo immenso e azzurro, ed il vento che ti spettina i capelli.
Puoi fuggire da questa gabbia e vivere intensamente ogni esperienza che vuoi, puoi stare accanto a chi desideri, prenderla, lasciarla, riprenderla e poi volare lontano e poi ritornare di nuovo, senza far male a nessuno.
Puoi farti tutti i film che ti pare nella tua testa, immaginarti storie e deciderne il finale.
Ed avere tante vite parallele, una con la tua famiglia, una da single, una da ricco, e perchè no, anche una da barbone, per capire, tanto campare con la fantasia è assolutamente gratis, senza canone e senza scatto alla risposta.
Che grande invenzione il pensiero.
Senza, la realtà a volte sarebbe assolutamente insopportabile.
Ma per fortuna che c'è lui.
Il pensiero.
Foto ed ironia by Utopic
Correre
Il ritmo cadenzato delle scarpe che rimbalzano sul terreno fa eco al respiro regolare che lascio uscire, inspirando silenziosamente ed espirando con un piccolo sbuffo.
Mi hanno visto entrare a casa di corsa ieri, senza parlare ho tolto i vestiti, indossato indumenti da sport ed ho rimboccato la porta dicendo, quasi lanciando le parole, a chi fosse pronto a raccogliere il mio messaggio, che andavo a correre.
Perchè.
Perchè proprio ieri, in un giorno qualsiasi, dopo mesi che non accadeva.
Me lo sono chiesto mentre con la macchina mi dirigevo verso il mare.
Me lo sono continuato a chiedere anche mentre il mare accompagnava il mio sudare con un ritmico sciabordìo di onde.
Qualcosa fa click dentro, ogni tanto, e le decisioni diventano allora più semplici, come se si spezzasse l'ultimo lembo di resistenza che tenti ancora di opporre a qualcosa che in fondo ti piace, e che vorresti fare, ma che chissà perchè invece ti neghi.
Stupidamente.
E allora, nell'atmosfera leggermente velata di una sera qualsiasi, anche correre può essere una decisione da prendere, se dentro qualcosa fa click e ti spinge ad andare.
Ed il mare di ieri mi ha battuto le mani.
Foto by Utopic
Grafite
La matita traccia segni sui fogli della vita, scrive e inventa parole, disegna sogni, ambizioni, desideri.
Poi la penna, dall'inchiostro indelebile, ricalca linee, soltanto alcune, e a volte deroga dal già tracciato e sconfina nell'indesiderato, a segnare eventi che non avremmo mai voluto vivere. Ed andando avanti ciò che resta sono i fogli in cui scriviamo, giorno per giorno, la nostra vita. E di quelle tracce lasciate dalla grafite e mai sottolineate dalla realtà della penna non rimane lentamente più nulla, cancellate dall'usura del tempo e dalla fragilità del loro essere. Soltanto segni scuri e netti, i nostri ricordi del già vissuto, con tutte le emozioni che ingialliscono con il tempo e i nostri sbagli sottolineati da pesanti cancellature che lasciano a galla l'ultima parola scritta, e non riescono a nascondere i segni netti di quanto è stato difficile correggerli.
E a volta parole scritte in altri colori si sovrappongono al nero dell'esistere e sono i soli segni di ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato.
Voglio una matita, oggi, rivoglio ancora una matita fra le mani.
Voglio disegnare ancora ciò che resta del mio tempo e del mio futuro con la fantasia dell'incerto, scrivendo frasi e cancellandole finchè si è in tempo, fino a che l'inchiostro non le fissi, per poi riscriverle ancora, con migliore ingegno e più desiderio. E disegnare ancora il sole nel mio orizzonte con sfumature sottili ed accennate, fino a vederlo tramontare, per poi scrivere preghiere e vederlo ancora sorgere. Ed accennare soltanto dei tratti sottili o premere di rabbia la punta contro il foglio, voglio vederla scivolare su e giù, come il ritmo del mio cuore a riempire di sfumature il vuoto dell'assenza.
Voglio che quel foglio bianco che ho davanti si riempia di nuovo di tratti curvi e linee dritte, di parole e desideri, rivoglio ancora quel legno sottile dall'anima scura, spezzatosi un giorno per uno stupido errore.
Guardo le mie mani vuote e cerco di capire.
Foto by Utopic

I have a dream
Sogno, mi capita spesso di farlo, e in genere sono il tipo che i sogni se li ricorda bene.
Questo che sto per raccontare non ha peculiarità particolari se non per l'immagine che mi è restata dentro al risveglio.
Ero al paese di mio padre, di sera tardi, nella piazza della chiesa, da dove si dipana una via delineata da case e da un muretto bianco in ambedue le parti, che normalmente porta in zone rurali del paese. Nel sogno invece era una scorciatoia che portava al mio lavoro, ovviamente a Roma. La via era percorsa da un sacco di gente a piedi, io li guardavo, si trattava di lavoratori extracomunitari, probabilmente dell'est a guardare i loro visi, che camminavano veloci in un senso e nell'altro. Mi dirigevo in quella via, non so nemmeno per quale motivo, era praticamente buio e la strada era abbastanza accidentata, come se si dovesse camminare su dei grossi pietroni, o su degli scogli. Ad un tratto la strada si faceva rapidamente in salita e la vedevo interrompersi contro il cielo scuro, come se ci fosse un enorme dosso da superare, ma la strada fosse interrotta e delimitata da grossi sassi. Mi avvicinavo lentamente ed arrivato al bordo estremo della strada scoprivo con meraviglia che al di là del dosso si apriva una valle incredibilmente profonda, contornata da montagne altissime, che riuscivo a vedere con una nitidezza assoluta. Il senso di vertigine e di infinito che mi dava quella visione non riesco francamente a descriverlo a parole, è un immagine che mi ha tramortito, e che non riesco a togliermi dalla testa. Era come vedere il mondo dalla cima dell'Everest, ma con una chiarezza che non ho mai provato. Mi allontanavo velocemente perchè mi tremavano le gambe e ripercorrevo la strada al contrario, quasi saltando sul percorso accidentato. Perchè dovevo andare a dirlo ad una persona, una donna. Mi sto scervellando per capire qual'era il messaggio da recapitare a lei, e perchè lei.
E quell'immagine che non riesco a dimenticare. Spaventosamente attraente, assolutamente mozzafiato, un senso di vertigine indimenticabile.
Non so.
Foto gentilmente prestatami da Micheylal2
Azzurro
Verrebbe voglia di sedersi sotto un pino secolare, magari a Villa Borghese, come si faceva da ragazzi, dopo aver fatto "sega" a scuola, e riflettere, circondati dal profumo di questa dilagante primavera che colora di azzurro carico il cielo e che alimenta di profumi intensi ed inebrianti l'aria già abbastanza calda da far desiderare solo mare ed estate.
E se dovessi proprio riflettere sui miei stati interiori e su quello che mi passa dentro dovrei parlare con sufficiente calma di razionalità estrema, di calma e tranquillità come non mi succedeva da tempo. Ed in fondo so bene che non si può vivere sempre in guerra con se stessi, con le proprie smanie e gli irrisolti aneliti di libertà dai lacci che ti frenano. Voglio una vita tranquilla suggerisce il geniale e timidissimo Tricarico, lasciando sottintendere che la tranquillità è in fondo l'assenza di dolore, di problemi, e di tutte le angoscie che provoca il non poter essere se stessi. Io so bene invece di essere nato per cercare a tutti i costi la destabilizzazione, l'essere troppo tranquillo mi genera smania, voglia di andare, di scappare da tutto ciò che prima o poi diventa routine. Forse un inconscio tentativo di far scarrucolare la vita ed evitare l'inevitabile caducità di ognuno di noi. Paura della fine, di invecchiare, di finire nell'oblio. Non so. Ma so però che questi periodi servono anche a riprendere fiato e ricominciare la ricerca di nuovi interessi che sappiano stimolarmi ed attrarmi, come le sirene nel mare. D'altro canto la vita si evolve senza sosta e solo ora riesco a guardare dietro, agli ultimi anni, come si fa dalla cima di una montagna, esaminando la strada lasciata alle proprie spalle con la giusta tranquillità. Sono stati anni particolari ed intensi, a volte dolorosi, questi ultimi, anni , con l'avvento di internet che ha aperto mondi davvero inimmaginabili soltanto 15 anni fa. Nostalgia, già, oggi è davvero il sentimento che mi prende dentro, a pensare ai primi post fatti e alla mia incertezza nel descrivermi in questo modo nuovo. Fuori c'è un cielo azzurro e sereno.
Ed in fondo anche io lo sono.
Foto by Utopic
Mi Rododendro
Quando Yoshi era piccola le facevo sempre un giochino. Stendevo le mani con il pugno chiuso, e dicevo questa è la sinistra, mostrando il braccio sinistro e questa è la destra, alzando l'altra. Poi le mulinavo per una decina di secondi, mischiandole come se fosse possibile cambiarle di posto, ed infine esclamavo fiero, ristendendo le braccia, qual'è la sinistra e qual'è la destra? Lei rideva di gusto, facendomi capire che non era "polla" fino a questo punto.
Ecco.
Ora non c'è veramente più nulla da ridere.
Qual'è la destra e qual'è la sinistra, diceva uno scomparso ma sempre grande cantautore.
Io non ho preclusioni su chi sia sulla mia testa a governarmi.
Ho sorretto, è proprio il caso di dirlo, la sinistra in queste elezioni. Il paese ha dato un opinione divergente dalla mia, che poi in fondo non credo in assoluto agli ideali irrealizzabili, tipo la pace nel mondo, ma che comunque mi auspico lo stesso, bensì alle persone.
Che poi fanno reali gli ideali.
Ecco perchè dalla domenica in cui gli italiani hanno riportato alcuni volti tristemente noti alla ribalta mi rododentro.
Come quel fiore che vedete nella foto.
Il problema come detto non sta tanto negli schieramenti, quanto nei volti, nelle frasi e negli atteggiamenti che ti tornano addosso come macigni.
L'Italia è un paese allo sbando culturale, economico e parlare di ideali nei cuori dei ragazzi che faranno la successiva generazione di governo è cosa ridicola. Quello che regna oggi è la sottocultura dei reality, dei programmi strillati dove il messaggio forte è solo "fottiti del prossimo e se puoi stroncalo", della TV insediata come terzo genitore (o forse primo in quanto babysitter virtuale fin dai primi giorni).
E l'apologia del fascismo, in quanto ideale per veri combattenti, sembra essere più intrigante per loro, che non ne conoscono assolutamente nè la storia, nè tantomeno le ripercussioni storiche, di qualunque barbosissimo approfondimento culturale sui temi della libertà, della storia, della pace, dell'antirazzismo.
Vedere le braccia tese nel saluto romano ad inneggiare il nuovo sindaco della capitale, o sentire parlare di celloduro o di fucili caldi, vedere salire al potere personaggi come le mogli dei più lecchino dei giornalisti, o i medici personali del futuro premier, o di uomini "speciali" come il generale omonimo usi a sfruttare i mezzi dello stato per andarsene sulla neve, o di peggio persone che inneggiano, non rinnegando la loro dedizione, al ventennio, bè a me fa male.
Fa male pensare che questi soggetti decideranno del mio futuro.
E come ho detto non è questione se al potere ci sarà l'uomo dai capelli disegnati in testa e dal figlio miglior partito italiano (alle elezioni? no, da sposare) o un qualsiasi altro esponente dell'altro schieramento.
Io credo che la coscienza civile debba andare oltre la faziosità degli schieramenti. C'è un paese da rimettere in piedi, c'è una coscienza da cittadino da ritrovare per ognuno di noi, che ce ne freghiamo di tutto quello che non ci riguarda direttamente e che ci incazziamo non appena qualcosa ci sfiora di striscio.
C'è da ritrovare soprattutto una dignità davanti allo specchio dei nostri figli, che stanno crescendo in base ai nostri valori.
Poi, chiunque ci riuscirà, avrà la mia stima ed il mio appoggio.
Però oggi è così, se c'è chi se ne frega e se ne lava le mani come Ponzio Pilato, a me no.
A me, m'Erode.
Foto by Utopic
James and the yellow field
L'ho fatto.
Sfidando il mal di testa, il cattivo tempo, la stanchezza, il prezzo esorbitante, ma non c'è niente da fare, la musica mi prende sempre, anche se sono in stato di coma profondo.
E così quando l'altra sera James, dopo un attesa fatta di preoccupazione febbrile per il collega con i biglietti che non arrivava, di panini all'immaginario di prosciutto ingurgitati in fretta e divertenti discussioni sull'importanza della fioritura della colza nella fotografia, dicevo e quando James ha visualizzato nella mia mente i ricordi profondi delle atmosfere che le sue canzoni hanno accompagnato da sempre, ho cominciato finalmente e lentamente a rilassarmi, il collo ha allentato la sua morsa feroce ed il suo martellare inindulgente, le gambe hanno smesso di contrarsi spasmodicamente, e l'anima si è lasciata andare alla deriva, mentre la Nikka, impenitente stakanovista, cominciava a lavorare alacremente, prima da lontano, quasi spiando, poi, verso la fine del concerto grazie ad alcuni bis, praticamente a due metri dallo spilungone dalla voce limpida come i ruscelli di montagna.
E cosi sono partiti irrefrenabili dalla schiena alla punta delle dita i brividi profondi che sanno di atavico, le risate contagiose alla sua tipica ironia, gli applausi sinceri e gli occhi lucidi.
Il tempo passa, e lo si vedeva dalle foto che scorrevano dietro a lui, che chitarra in spalla, ipnotizzava letteralmente la platea; il tempo passa si, ma le emozioni rimangono appiccicate come la prima volta a quelle note, e sentire la sua voce e le sue dita che immortali ripropongo gli accordi di Sweet baby James o di You've got a friend, come fosse un piccolo miracolo che può verificarsi solo grazie a lui, mi ha davvero incantato.
E sono rimasto li qualche secondo a ripensare agli anni andati, ai visi e agli occhi che si sono avvicendati davanti a me ogni volta che sentivo questi pezzi, e che, malvagiamente e con l'impudenza degli incoscienti mi capitava di suonare proprio per quegli occhi che avevo davanti e allora tutto si mescolava con il presente, con la mia irrefrenabile voglia di vivere, di conoscere, di sentire.
C'è una magia nella musica, un'insita capacità che somiglia molto ad un quaderno dove si scrive tutto quello che un giorno vorremmo riprovare.
E bastano poche note e tutto si riaccende di colori.
Del rosso della passione o del celeste dei cieli sconfinati.
Ed anche del giallo infinito di un campo di colza.
Che nella fotografia è risultato poi essere fondamentale.
Provare per credere cliccando qui
Foto di James e dello yellow field by Utopic
Canzoni
E finisco sempre nello stesso vicolo, a sognare di giorni andati e a visualizzare immagini scolpite nella testa.
E finisco sempre per seguire i colori dei gialli campi di colza, delle verdi distese d'erba infinita, di un sole che muore come ogni giorno, finisco sempre per afferrare suoni che riempiono orecchie e cuore di sensazioni rotonde e gentili.
Finisco sempre lì.
Ai margini dell'anima che non si vuole arrendere alla normalità.
Mi perdo nel dolore e poi mi esalto nei crescendo interiori, con i quali vivo ogni aspetto di me stesso, come un uomo continuamente nuovo che però ripete se stesso, nella paura della non coerenza.
Finisco sempre per sognare degli occhi.
Che mi parlano di vita, che mi regalano emozione, che mi scrutano e che si fanno scrutare. Che aprono voragini di anime, e che si chiudono nel sonno.
Fuori un sole da innamorarsi e dentro una canzone che mi si è conficcata dentro, come solo succede alle cose più importanti.
And so we wait, night after night
to share that fate, through the eyes of Lara Moon.
Foto by Utopic, Modella Nikon- Photoshow 2008, song by Arena (The Eyes of Lara Moon)
Modelle
Non c'è niente da fare.
Mi sto accorgendo che con il passare degli anni divento sempre più refrattario agli obblighi, alle costrizioni, ai doveri e sempre più attirato dalle cose che mi piacciono, quasi stessi considerando che ogni giorno che scorre davanti ai miei occhi c'è sempre meno tempo da perdere. E per perdere mi sono perso davvero ieri, catapultato improvvisamente in un mondo di fiaba, per me che alla musica unisco l'altra grande passione, la fotografia.
A Roma c'era il Photoshow, una specie di terra promessa, dove si incarnano i sogni dei poveracci come me che certe cose sono costrette a guardarle da lontano.
Una pletora di stand, ognuno dei quali avrebbe potuto trattenermi per giorni interi, attirato come ero a farmi spiegare, a scoprire, a cercare quanto di meglio offre la tecnologia oggi. E poi, fra carte lucide, obiettivi da sogno, e corpi macchina da urlo, anche altri corpi da urlo, quelli delle modelle che si prestavano a far scatenare la libido di tutta una serie di improvvisati pistoleri che si aggiravano, mano alla fondina, in cerca di obiettivi da colpire.
Il 90 per cento dei pistoleri era di sesso maschile, non a caso in tipica configurazione da battaglia, macchina fotografica al collo e obiettivo da combattimento, armato e senza sicura. Ed immancabile scattava la rapida e furtiva occhiata al set del nemico, all'incrociarsi, o durante le piccole resse che si generavano all'uscita delle modelle sui varii set, stessa rapida occhiata tipicamente maschile che si può apprezzare nelle docce degli spogliatoi delle palestre. Con altrettanto relativa reazione di tronfia gloria o di scorno visibile all'idea che ... lo zoom del vicino fosse più lungo.
Sarà forse per questo che tutti si affannavano nello stand della Nikon a provare il 500 mm?
Insomma, mi sono divertito da pazzi.
E i risultati si vedono....
Foto by Utopic, modella Nikon
Garden
Un orso in questi giorni è più socievole di me.
Me ne sto rintanato in me stesso, perchè ho l'impressione di dire, fare ed agire nel peggior modo possibile. Per me stesso e per gli altri, che non ho nessuna voglia di far star male. Una tanto rapida quanto intensa influenza mi ha fermato nei giorni scorsi, lasciandomi prostrato fisicamente, ma soprattutto completamente vuoto nell'anima.
Forse anche a merito del digiuno forzato di un paio di giorni attraverso il quale mi sono disintossicato di un bel pò di scorie che mi affossavano, improvvisamente anche il cervello ha fatto pulizia di idee, sensazioni e tensioni che mi affastellavano la testa. Dietro questa pulizia la realtà si è fatta lucida ed improvvisamente chiara come la luce del mattino. Mentre annaffiavo il giardino domenica pomeriggio mi guardavo intorno e la trascuratezza di ciò che una volta poteva chiamarsi un bel luogo mi appariva in tutta la sua inettitudine. La mia casa è lasciata andare a se stessa, così come il rapporto con la persona con cui la divido. C'è il segno della consunzione, della stanchezza, del logorio di qualcosa che non funziona più. E non c'è rabbia in quello che dico, purtroppo, ma solo fastidio e tristezza. Ho lasciato che le cose arrivassero a questo punto ed ora ne traggo le demoralizzanti conseguenze. Ricordo il periodo in cui i ragazzi erano ancora piccoli, e di quanto questo piccolo giardino fosse il testimone delle gioia che mi dava curarlo nei piccoli particolari, imparando da zero a distinguere un fiore dall'altro. Qualcosa ha bloccato questa energia e colpe o non colpe adesso è così.
Sono abituato a questi scoramenti, sintomo di un momento no, ma stavolta c'è anche una consapevolezza in più. Che un vaso rotto si aggiusta con un pò di colla, ma i segni della rottura rimangono e lasciano una fragilità di fondo che alle volte non basta a tenere i pezzi insieme. Ne sono conscio. Vado avanti, ma con sempre minore convinzione.
Foto by Utopic